Inedito,  Prosa

Euridice

Moriva così per la seconda volta, ma non emise un rimprovero
nei confronti del suo consorte (e di cosa avrebbe potuto lamentarsi se non di essere amata?).
Pronunciò solo un ultimo addio, un addio flebile che a stento poteva ormai
giungere alle orecchie di lui, e ripiombò donde era venuta.

– Ovidio, Metamorfosi X, 60-63.

Lo so, Euridice, che avevi ancora le sue parole in testa, quando le sue melodie erano dedicate solo a te ed eri convinta che i suoi occhi non si sarebbero mai mossi dai tuoi.
Ti ricordavi tutte le promesse di Orfeo, di come sfiorava le corde della cetra con le dita e di come facesse la stessa cosa con i tuoi capelli; ti sei chiesta per quale motivo componesse musiche per te, ma non ti importava più di tanto, l’importante era che Orfeo ci fosse, e ci fosse per te.
Aveva cancellato dal tuo corpo quegli scarabocchi di rabbia che nel tempo ti eri disegnata, e la tua pelle era tornata chiara, pronta per essere riscritta con le parole di affetto e di eternità che lui ti aveva dedicato.
Ma, Euridice, correvi da sola quando quell’ombra di dolore ti inseguiva e attraverso i prati cercavi un rifugio. Eri da sola quando il serpente ti morse, quando le tue ginocchia caddero al suolo e il senso di nausea permeava ogni viscera del tuo corpo.
Eri da sola quando chiusi gli occhi. E forse lo eri anche quando li avevi aperti.
Orfeo suonava cetra. Tu non c’eri. Per chi la suonava?
Ti aveva detto che più di tutti gli mancavi, che più di tutti ti voleva, che sopra ogni altra cosa ti avrebbe protetta: dov’è stato Orfeo? Dov’è adesso? Dove sarà Orfeo?
Ti ricordi, Euridice, quando hai riaperto gli occhi? Eri tornata ad essere un’anima nell’Ade, l’inferno che credevi di aver lasciato quando Orfeo ti aveva voluta. E ora quelle sue promesse urlate erano diventate un bisbiglio, e tu eri diventata un fantasma.
Niente pentagrammi sulla pelle né dediche né speranze. Eri tornata indietro, al punto di partenza, ma avevi portato con te più sofferenza e delusione.
Le anime intorno a te urlavano e ti annebbiavano la vista. Quelle anime si lasciavano guidare dal vortice, mentre tu stavi sdraiata presso la riva del fiume che doveva farti dimenticare.
Eppure non dimenticavi nulla, Euridice. Ancora aspettavi.
Avevi sentito dire da qualche anima che Orfeo era tornato, che con la sua cetra aveva fatto cessare le pene eterne dei condannati e aveva incantato col canto i coniugi della Morte: e allora perché tu soffrivi ancora?
Orfeo, giunto da te, non disse una parola. Un ultimo sguardo ti dedicò e, sotto i suoi occhi, gli atomi del tuo corpo si dissolsero e tu, Euridice, scomparsa, non feci più ritorno.
Dicono che Orfeo suoni ancora la cetra, ma non per te, Euridice.
Dicono che qualcuno ha fatto incidere per te una lapide, che parla e dice:

Così Orfeo amò Euridice: la amò fino a farla sparire.

 

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